Maggio 1942, con la fine dell’ inverno Hitler decide di riprendere l’offensiva sul fronte orientale, ma a differenza di 12 mesi prima non più su tre direttrici bensì su un unico asse, quello meridionale, verso il Don, il Volga e soprattutto verso il Caucaso, in direzione dei preziosi pozzi petroliferi di Baku e Groznj.

Le operazione dell’ ASSE nell’ estate del 1942

I tedeschi, appoggiati dai loro alleati italiani, ungheresi e rumeni, riescono facilmente a raggiungere il Don e a fine Luglio le rive del Volga, mentre il Gruppo Armate “A” si fa strada velocemente verso il Caucaso, travolgendo le unità russe. Sembra il ripetersi dell’ operazioni dell’estate passata, quando l’ operazione “Barbarossa” portò le truppe germaniche ad invadere rapidamente il territorio russo contando anche sull’ effetto sorpresa.  Ma stavolta non è così, ancor prima che arrivi l’ autunno le forze dell’ Asse vengono fermate : la 6a Armata del Gruppo Armate “B” comandata dal Gen. Von Paulus viene bloccata nei sobborghi della città di Stalingrado sulla riva sinistra del Volga. Analogamente anche il Gruppo Armate “A”  perde slancio e non raggiunge gli obbiettivi prefissati.

Gli alleati dei tedeschi vengono schierati a copertura della asse principale di avanzata verso Stalingrado. Sul lato settentrionale, sul Don, a causa della tensione esistente tra Ungheria e Romania per i territori della Transilvania, tra l’ armata Ungherese e la 3a Rumena viene schierato  l’8a Armata italiana (ArMIR) .

Malgrado sulla difensiva, già nella tarda estate del 1942, la Stavka (il Quartiere Generale delle forze armate russe) pianifica una serie di controffensive nel settore sud da sferrare nel periodo autunno- inverno.

In particolare, dopo che il Gruppo di armate B si è concentrato su Stalingrado, si fa strada il piano per una grande manovra accerchiante, molto distante dal fronte del Volga. Sia il Generale Zukov, vice comandante in capo dell’ Armata Rossa, che il suo capo di stato maggiore, Generale Vasilevskj, concordano su questo tipo di operazione per tre ragioni principali:

  1. colpire il fronte tedesco attaccando quei settori tenuti da uno dei loro alleati, i rumeni, male equipaggiati.
  2. ottenere l’accerchiamento di una massa molto maggiore delle forze dell’Asse e quindi raggiungere un risultato decisivo per gli equilibri futuri della guerra.
  3. impedire l’ intervento delle unità meccanizzate della 6ª Armata tedesca, rimaste ancora agganciate a est del Don nei dintorni della città di Stalingrado e quindi molto lontane dai previsti assi principali di movimento delle colonne corazzate sovietiche.

Cardine per l’ attuazione di tale strategia è mantenere a tutti costi il controllo della città di Stalingrado, che attrae come il miele le api tedesche e che per il nome che porta (città di Stalin) ha assunto anche un enorme valore politico per entrambi i contendenti, ben oltre l’aspetto militare.

Stalin, inizialmente poco convinto e piuttosto scettico, approva dopo varie riunioni tale piano, e iniziano quindi i preparativi . I piani dell’ operazione “Urano”, così  viene denominata  l’offensiva, vengono sviluppati  e dettagliati fin nel più piccolo particolare. Mentre le truppe russe resistono metro dopo metro, casa dopo casa all’interno di Stalingrado, vengono fatte affluire un numero sempre più crescente di truppe e di materiali. Del resto in questa fase del conflitto la produzione delle fabbriche trasferite al sicuro negli Urali e in Siberia, alimentate dalle continue forniture di materie prime provenienti  soprattutto dagli U.S.A,  è già nettamente superiore quantitativamente e anche in certi casi qualitativamente rispetto alla controparte tedesca. Questo però sfugge completamente ai tedeschi.

Sia Hitler ,sia l‘Oberkommand der Wermacht  (OKW)  hanno la convinzione di disporre di una netta superiorità di mezzi , di godere della supremazia aerea e tattica. Considerano l’Unione Sovietica ormai allo sbando, sul punto di crollare definitivamente, ancora in grado di opporre si una forte resistenza localizzata ma totalmente incapace di sferrare qualsiasi tipo di offensiva in grande scala. Pertanto viene deciso di continuare l’attacco, la 6a Armata deve impossessarsi di Stalingrado, nessun atteggiamento difensivo è permesso… Si rileverà un tragico errore.

I temibili T34, spina dorsale delle divisioni corazzate sovietiche  Viene deciso quindi di continuare la pressione su Stalingrado. Si rileverà un tragico errore.

Secondo i piani, l’offensiva russa agirà su due direttrici distinte ai lati di Stalingrado, colpendo i fianchi della punta di lancia costituita dalla 6a Armata tedesca. A nord  investirà la linea del fronte tenuta sul Don dalla 3° Armata Rumena che si unisce  sulla sua sinistra con le Divisioni italiane dell’ ArMIR ,  a sud  il settore controllato dalla 4° Armata Rumena.

Tra la fine di Ottobre e la metà di Novembre, malgrado enormi difficoltà logistiche, in parte a causa dei cronici problemi della viabilità ferroviaria russa, imponenti masse di uomini e di mezzi corazzati affluiscono nelle aree di concentramento prefissate per l’attacco, senza che le forze dell’ Asse ne abbiano sentore.

Nella sorpresa generale, alle 07,20 del 19 Novembre, oltre 3.500 cannoni aprono il fuoco nel settore tenuto dalla 3° Armata Rumena, a cui segue poco dopo l’attacco delle prime ondate dei fucilieri russi. Queste però inizialmente s’infrangono contro la disperata difesa rumena. Solo l’intervento in massa delle unità corazzate intorno a mezzogiorno cambia rapidamente lo scenario. Le divisioni di fanteria e corazzate del Generale Vatutin  a questo punto sfondano in più punti dilagando profondamente dietro le linee.

L’operazione Urano

Il giorno successivo tocca al settore della 4° armata Rumena, a sud di Stalingrado. Qui la difesa è praticamente inesistente, essendo la le forze rumene schierate in quel tratto decisamente male organizzate e prive di mezzi sufficienti a tentare di contrastare la forza che si trova di fronte. Tuttavia malgrado il netto divario tra le forze in campo le unità guidate dal Gen. Eremenko  procedono con più cautela, mettendo in luce una certa disarticolazione, che non preclude però il successo dell’ azione.

Passata la sorpresa, i tedeschi tentano di coprire le brecce nei due settori, ma ottengono l’unico risultato di consumare le riserve in zona, riserve costituite in gran parte da unità sotto organico, già duramente provate dalla campagna estiva, senza riuscire a frenare il fiume in piena che investe le retrovie. Il  23 Novembre le prime unità sovietiche provenienti dal Don si uniscono con quelle provenienti da sud. In soli 4 giorni la tenaglia si è chiusa dietro la 6° Armata tedesca a Stalingrado. L’ Esercito Rumeno è praticamente distrutto, se si escludono alcune unità sul Cyr , e cosa ancor più grave i tedeschi hanno esaurito la propria capacità di manovra e le proprie riserve.

Ma neanche davanti all’ evidenza dei fatti ne Hitler ne l’ OKW cambiano strategia . Infatti, invece di impartire l’ ordine di ripiego a Van Paulus aprendosi la strada combattendo verso ovest gli viene ordinato di rimanere in posizione e di resistere. Alla Luftwaffe viene assegnata la missione di rifornire l’ armata accerchiata con un ponte aereo mentre al Feldmaresciallo Von Mainstein viene dato il compito di costituire velocemente una considerevole forza , denominato Gruppo Armate Don, per rompere la sacca e ricongiungersi con la 6a Armata. Ma nessuna delle due azioni si concretizzerà:  la Luftwaffe nel “migliore” dei giorni sarà in grado di trasportare appena  1/10 del tonnellaggio di materiale necessario ;  il Gruppo Armate del Don non sarà in grado sferrare nessuna controffensiva risolutiva, anzi verrà poi convolto nelle fasi successive dell’attacco sovietico, che segneranno il destino dei 250.000 uomini di Von Paulus, e non solo di loro…

…L’operazione Urano è infatti il preludio del dramma che si sta per abbattere sull’ esercito italiano. Dopo poche settimane, a metà Dicembre sul settore presieduto dall’ ArMIR si scatenerà la seconda fase dell’offensiva sovietica denominata operazione “Piccolo Saturno” tesa ad allargare la fascia di sicurezza intorno al “Kessel” (“calderone” come lo chiameranno poi i tedeschi) di Stalingrado e impedire qualsiasi tentativo di ricongiungimento tra le unità tedesche . Sarà l’inizio della tragedia della ritirata italiana, che vedrà poi coinvolto nel gennaio ’43 anche il Corpo d’ armata Alpino.