” … quella sanguinosa, disperata battaglia che durò, pressoché ininterrotta, per più di trenta ore ed in cui rifulse il sovrumano e sfortunato valore dei battaglioni e dei gruppi della Julia e della Cuneense, che ne uscirono poco meno che distrutti”. Generale Faldella -“Storia delle truppe alpine”

Nella tarda mattinata del 19 Gennaio 1943, le unità di punta della colonna della divisione “Julia” (Gen. Ricagno), già logorata nel suo organico da un mese di durissimi combattimenti sulla Kalitvka, entrano in contatto con le unità sovietiche, posizionate a Nowo Postojalowka, località formata da un piccolo gruppo di isbe situato sulla pista che le divisioni alpine in ritirata da sud devono percorrere.

Il battaglione “Gemona” viene mandato all’ attacco con l’appoggio  dell’artiglieria del Gruppo “Conegliano”, poi e la volta dei  battaglioni “Tolmezzo” e “Cividale”. Riescono a ad occupare le prime case del piccolo abitato ma i russi passano al contrattacco con i carri armati contro i quali gli alpini possono opporsi solo con il coraggio visto l’inefficacia degli obici contro questi “mostri di ferro”.

Nella serata cominciano ad arrivare le unità di testa della colonna della divisione “Cuneense” (Gen. Battisti). Sono i battaglioni del 1° Reggimento Alpini, viene deciso di sferrare un nuovo attacco poco prima che sorga l’alba.

Gli alpini della “Cuneense” si gettano all’ assalto, con in testa il battaglione “Ceva”, appoggiati dagli obici del Gruppo “Mondovì”  ma vengono respinti dai russi, subendo gravissime perdite:  le batterie del “Mondovì” vengono letteralmente schiacciate dai cingoli dei carri russi, il “Ceva” è annientato. Una mattanza come il giorno precedente.

I russi propongono la resa, ma non viene accettata.

Con il sopraggiungere del resto della “Cuneense”, i Generali Ricagno e Battisti concordano di procedere a nuovi disperati attacchi per aprirsi la strada.

Secondo alcuni fonti la mattina del 20 è l’ ultima volta che la radio della “Cuneense” riesce a mettersi in contatto con il Comando del Corpo d’Armata, con la richiesta disperata di inviare i carri armati tedeschi disponibili per sfondare le linee russe. Richiesta che non viene accolta in quanto i pochi carri d’assalto di quel che rimane del  XXIV Corpo di Armata tedesco che ha proceduto la “Julia” nella ritirata dal fronte, sono già impegnati ad aprire la strada alla colonna della “Tridentina” più a nord e che dal 19 è impegnata in combattimento sia verso Postojalyj sia per tenere aperto il varco di Opyt dove stanno ancora confluendo altre unità ungheresi e tedesche.

Gli attacchi si susseguono per tutta la giornata, infrangendosi contro i nidi di mitragliatrice posizionati nel villaggio e le sortite dei T 34 che seminano la morte tra le file italiane.

Il Generale Battisti prova un’ ultimo spallata, manda all’ attacco i battaglioni “Borgo San Dalmazzo” e “Saluzzo”. Inizialmente sembrano aver successo, trovano un varco tra le linee russe sul crinale che va da Nowo Postojalowka a Kolkos Kopanki quando vengono improvvisamente colpiti da un violento fuoco di sbarramento e sono costretti a ripiegare.

A questo punto ci si deve arrendere all’evidenza dei fatti: non si può passare, non si può lottare contro i carri senza armi opportune; anzi è reale il rischio di accerchiamento, non sapendo la reale consistenza dell’ unità sovietiche che si hanno di fronte e che sembrano aumentare di ora in ora. Viene deciso quindi di ripiegare e aggirare Nowo Postojalowka.

La notte dello stesso giorno il grosso della colonna della “Julia” e della Cuneense” si rimette in marcia con le unità di retroguardia che vengono martellate dai russi.

Il battaglione Alpini “Mondovì” , lasciato di copertura, subisce i durissimi attacchi. Le perdite sono ingenti, praticamente il battaglione cessa di esistere.  Non va meglio al resto della colonna che subisce le scorrerie delle pattuglie sovietiche, che attaccano all’ improvviso e poi spariscono nel nulla, godendo di una migliore manovrabilità.

Dopo 20 ore di marcia forzata raggiunge Postojalvyi, alle 8 di sera sono a Alexandrowka dove c’è ancora un piccolo presidio germanico e dove gli alpini possono riposare qualche ora senza l’assillo degli attacchi russi. Di fatto le due divisioni alpine hanno ormai una capacità combattiva ridotta . Alla fine di 30 ore di combattimenti tra il 19 e il 20 Gennaio si stima che oltre 13.000 alpini sono rimasti sulla neve di Nowo Postolajowka.

La colonna con il grosso delle divisioni  “Cuneense” e “Julia” con i relativi comandi e della divisione di fanteria “Vicenza” continuerà a marciare verso Valujki, originale punto d’arrivo previsto dalle direttive senza essere informata che questa è saldamente in mano all’ Armata Rossa. Ormai sfiancati dopo 12 giorni di marcia e combattimenti , aver percorso circa 200 km  in condizioni atmosferiche proibitive, a corto di munizioni e armamento, sovrastati in numero dai russi, la sera del 28 Gennaio gli ultimi sopravvissuti sono costretti alla resa.

Pochi sono quelli che in piccoli drappelli riescono a filtrare tra le maglie dei russi e raggiungere dopo altre centinaia di km nella neve nel niente della steppa innevata, le prime ricostituite linee tedesche tutt’ altro che stabili.

Più “fortuna” avranno alcuni reparti di retrovia e dei rifornimenti, che attardati dagli attacchi russi durante la marcia verso Postojalvyi, perdono contatto con la loro colonna e si accodano al grosso fiume di sbandati che segue la “Tridentina”, arrivando quindi a Nikolajewka e dove parteciperanno, seppur a ranghi ridotti, alla cruenta battaglia del 26 Gennaio riuscendo così a sfuggire dalla sacca.