Questi giorni per noi Alpini sono giorni particolari. 76 anni fa si consumava  una delle più immani tragedie che coinvolgevano direttamente il nostro Corpo: la ritirata di Russia, o meglio dal Don.

Le attività belliche che coinvolsero in quel gelido Gennaio le tre divisioni alpine “Tridentina”, “Julia” e “Cuneense” e la divisione di fanteria “Vicenza”, sono una parte del dramma che da metà dicembre investì l’ ArMIR (o 8a Armata) e che questa a sua volta era una parte di quella offensiva che avrebbe portato alla distruzione di un’ intera Armata (la 6a) a Stalingrado e in generale al crollo dell’ intero fronte  sud.

Quella che per la storiografia mondiale appare quindi come una goccia in un mare, per noi italiani ha un’ importanza grandissima, “è storia di famiglia”. Basta pensare ai circa 90 mila che non sono tornati. Il circa è obbligo perché ad ancor’oggi un numero esatto non è possibile darlo.

Ripercorriamo brevemente cosa successe, calandosi nel contesto generale delle operazioni che riguardarono il settore meridionale del fronte Russo.

A metà novembre del 1942 i sovietici sferrano l’offensiva denominata “Operazione Urano” che porta all’ accerchiamento delle unità del’ Asse a Stalingrado, un’ intera armata tedesca, la 6a vi rimane intrappolata.

Il mese successivo sferrano una seconda offensiva “Operazione Piccolo Saturno”, versione ridotta della “Operazione Saturno”, originalmente prevista. Lo scopo è quello di impedire che la controffensiva da parte tedesca in soccorso alle unità intrappolate a Stalingrado raggiunga il suo scopo e nello stesso tempo consolidare la sacca.

Questa coinvolge anche le divisioni italiane poste a sud della aerea di competenza dell’ ArMIR sul Don, che malgrado l’eroismo messo in campo, vengono sbaragliate facilmente dalle unità sovietiche, forti di una netta superiorità in mezzi e equipaggiamento. La ritirata è spesso caotica, alcuni scappano, i più combattono. Si susseguono tutta una serie di ordini spesso fuori da ogni logica militare, le perdite umane sono ingenti. Mancano in realtà unità di riserva efficaci, le poche unità corazzate tedesche in zona sono unità ritirate da altre zone del fronte messe in riserva per riorganizzarsi e riequipaggiarsi, non sono in grado di fermare l’onda sovietica. Vengono dirottate le forze impegnate nel tentativo di raggiungere la sacca di Stalingrado.

Le divisioni di fanteria “Ravenna”,”Sforzesca”,”Pasubio”,”Torino”, “Celere” e “Cosseria” subiscono gravi perdite e cessano di esistere come unità combattenti.

Emergono tutte le deficienze organiche della nostra armata (cosa a dire la verità già emersa in precedenti campagne come quella Greca). L’ inidoneità degli equipaggiamenti contro il rigore del clima russo, delle armi che sono giocattoli davanti a T34 sovietici, la mancanza di automezzi e di radio capaci di operare a quelle temperature.

E’ il motivo percui a metà dicembre la divisione “Julia”, sostituita dalla divisione di fanteria “Vicenza”, deve lasciare il suo settore sul Don e viene trasferita a sud delle posizioni della “Cuneense”, nella zona del “quadrilatero”, per tamponare quel settore del fronte ormai sguarnito. La cosa le riuscirà a fronte però di gravi perdite, che risulteranno poi determinanti in seguito durante la ritirata.

Tra il 12 e il 13 Gennaio i Sovietici danno inizio all’ operazione Ostrogožsk-Rossoš’, che ha lo scopo di espellere definitivamente le unità dell’ Asse dalla zona del Don e chiudere definitivamente la questione Stalingrado.

L’offensiva investe le unità ungheresi, poste a nord della linea tenuta dal Corpo d’ armata Alpino, lo stesso Corpo d’armata Alpino, e le unità tedesche più a sud, dove si concentra lo sforzo maggiore.

L’ armata ungherese, equipaggiata forse peggio delle nostra, si dissolve; le unità tedesche, già duramente provate nel mese precedente cedono. Gli alpini e i fanti della “Vicenza” tengono, anche grazie ad una ottima sistemazione difensiva.

Ma il 15 Gennaio la situazione è ormai già segnata. Unità corazzate irrompono a Rossoš’ (o Rossoch) nelle retrovie, sede del comando del Corpo d’armata Alpino. Nella serata la cittadina è di nuovo  in mano a unità italo – tedesche, anche se il comando del Corpo d’ Armata si è già spostato. Il 16 viene riconquistata dai sovietici definitivamente. La tenaglia dei russi si sta chiudendo.

E qui si apre un curiosa, forse marginale curiosità “storica”…quando viene emanato l’ ordine di sganciamento alle divisione bloccate sul Don ?  La storiografia ufficiale parla che il primo ordine, viene emanato il giorno 17 dal Generale Gariboldi comandante dell’ 8a Armata. Mario Rigoni Stern in un’intervista rilasciata nel 2000, parla di aver lasciato il Don la notte tra il 15 e il 16 Gennaio. Altri reduci della notte tra il 16 e il 17. Esiste un comunicato del comando tedesco (perché è bene ricordare che l’ ArMIR sottostava all’ alleato) delle 23,45 del 17 notte che paventa la possibilità di ritirata, subordinata all’ autorizzazione del Fuhrer, così come esiste l’ordine scritto emanato dal generale Nasci , comandate del C.A. Alpino datato 18 Gennaio, ore 10.

Nota marginale davanti al dramma che si apriva davanti alle unità in ritirata, sotto la costante pressione dei russi, il gelo, la mancanza di viveri e di mezzi se non dei fedeli muli… ma forse non lo è…ancora oggi alcuni storici si chiedono cosa poteva avvenire se le unità sul Don fossero state sganciate prima, se fossero arrivate prima davanti a un paese magari non ancora occupato dai sovietici…. Si chiedono in sostanza quante vite sarebbero state salvate in più…forse in fondo, non è poi così marginale.

Cosa poi avverrà dopo è storia assai nota, anche grazie all’ enorme bibliografia esistente, spesso opera degli stessi reduci, da Bedeschi a Stern passando da Revelli,  giusto per citarne i più famosi.

E’ una ritirata drammatica e tragica, si combatte contro i sovietici che tentano di bloccarne il passaggio, ma anche contro le condizioni meteo con temperature che toccano anche i – 40, dove si arranca per raggiungere un’ isba nella speranza di dormire qualche ora al coperto e magari trovare qualcosa da mettere sotto i denti. Si cerca di sopravvivere, guidati dalla disperazione e dalla voglia di tornare a casa.

Le varie colonne si incrociano, dove una è transitata liberamente poche ore dopo un’ altra vi trova i russi ed è costretta a combattere per farsi strada o cambiare direzione. Il maltempo se da una parte impedisce all’ aviazione russa di volare e martellare le truppe in ritiro, impedisce anche la ricognizione aerea da parte delle poche “cicogne” tedesche; la posizione di una colonna non è sempre ben conosciuta, ci si basa su informazioni di alcune ore prima, si presume dove sia. Le comunicazioni tra le varie unità sono carenti, le radio non funzionano e vengono abbandonate, i contatti sono in mano a pochi valorosi portaordini, che fanno la spola tra i vari comandi, spesso senza avere informazioni precise su dove si trovano.

Il giorno 26 un’ enorme massa di uomini si presenta davanti a Nikolajewka, alla testa vi è la divisione “Tridentina” che ha mantenuto una discreta efficienza per dare l’ assalto ai capisaldi russi, che sono li ad aspettarli . La colonna è composta da numerosi sbandati di altre unità italiane, ungheresi e tedesche. Vi sono anche piccoli reparti delle altre divisione alpine che non hanno più trovato le proprie colonne. Basta poco per perdersi, pochi minuti di ritardo, si perde il contatto con chi procede, si arriva ad un bivio, si va a destra invece che a sinistra. La salvezza passa anche da questi “errori”.
Dopo una giornata di violenti combattimenti casa per casa riescono ad aprirsi un varco e praticamente uscire dalla sacca. Una battaglia che è uscita dalla Storia per entrare nella leggenda, nel mito.

Perché Nikolajewka è l’ultimo vero baluardo che i sovietici hanno posto davanti alle colonne in ritirata. Anche loro sono stanchi, le linee di rifornimento si sono allungate , hanno perso slancio e poi all’ atto pratico hanno raggiunto il loro obiettivo, il grosso delle truppe sovietiche si trova più a sud, a Valujki .

E a Valujki finisce la ritirata delle colonne con quello che rimane della  “Julia”, della “Cuneense” , che hanno subito gravissime perdite in tutta una serie di combattimenti in particolare a Novo Postolojalowka (oltre 10.000 caduti), e della “Vicenza”. Non hanno ricevuto i nuovi ordini con le direttive di procedere verso Nikolajewka e non più a Valujki, presidiata da ingenti truppe sovietiche. E’ il 28 Gennaio, ormai annientate si arrendono.

Ma per chi esce dalla sacca la marcia non è finita,  la nuova linea di difesa è lontana centinaia di Km e verrà raggiunta solo a fine mese, aggiungendo nuovi nomi alla già lungo elenco dei caduti.

PER NON DIMENTICARE