Altopiano di Asiago, sono le prime luci dell’ alba del 10 Giugno 1917, quando un uragano di fuoco si abbatte sulle line austro-ungariche, che vanno dalla Val d’Assa al passo dell’ Agnello. E’ l’inizio della Battaglia dell’ Ortigara, una delle più sanguinose battaglie del I conflitto Mondiale e che si proterrà fino alla fine del mese.

Vi è stato un prologo la sera del giorno prima, che non fa presagire niente di buono per l’ esercito Italiano. La mina, posta in una galleria sul monte Zebio sotto le linee austriache, per motivi non chiari esplode inavvertitamente prima del previsto, provocando la morte di 180 tra genieri e fanti del 145 Reggimento “Catania”. Solo solo le prime vittime di un lunghissimo elenco.

Dopo  circa 10 ore di pesante bombardamento, intervallato da brevi soste, alle ore 15 del 10 Giugno, inizia l’offensiva di terra.

Nel frattempo su tutto l’altopiano si è alzata una fitta nebbia e la pioggia inizia a cadere, così, al momento dell’attacco le fanterie escono simultaneamente dalle trincee sotto il maltempo, ma in parte favorite dalla nebbia che in alcuni punti del fronte ne copre l’avanzata nascondendoli alla vista del nemico.

Le linee ben predisposte  austro-ungariche però non sono state scalfite dal bombardamento, i reticolati solo in pochissimi punti sono stati divelti e quindi  hanno gioco facile nel fermare  l’attacco italiano. Già la sera di quello stesso giorno si può capire che l’attacco nel settore Sud  tra il Monte Rasta, Monte Rotondo ,Monte Zebio e Monte Forno, malgrado gli sforzi profusi dalle brigate della 25a,13a e 29a divisione, è fallito con enormi perdite in morti, feriti e dispersi.

Nel settore Nord, l’attacco al Monte Ortigara viene portato dalla 52a Divisione e sviluppato su tre colonne. Sono i Battaglioni Alpini che si devono far strada allo scoperto verso la Pozza dell’ Ortigara e il vallone dell’ Agnelizza (che verrà ribattezzato il “vallone della morte”) per raggiungere l’obbiettivo finale, la vetta a quota 2105.

Avanzando lungo il costone dei Ponari  la colonna di sinistra (La “Cornaro”, composta dai Battaglioni Alpini “Monte Stelvio”, “Valtellina”, “Mondovì”,  “Ceva”, “Val Stura”, “Vestone”, “Monte Bicocca” e in seguito “Monte Saccarello” e “Valle Dora”) riesce a conquistare alcuni capisaldi nemici sul Corno della Segala, sfruttando anche la parziale copertura della nebbia.  Ma quando questa scende diventa un martirio, infilati dal fuoco proveniente dalle line poste sul Monte Pigoletti e sono costretti ben presto ad arrestarsi.

Non ha miglior fortuna la colonna centrale (La “Stringa” , dove si trovano i Battaglioni “Sette Comuni”, “Verona”, “Valle Arroscia” e “Monte Mercantour”), che si ritrova davanti a se le linee Austro-Ungariche con tutti i reticolati intatti. Cercano un varco che non trovano e quando la nebbia si dissolve sono costretti ad attestarsi in posizione sicure per non essere annientate.

Meglio va alla terza colonna, sull’  estrema destra (La “Ragni”, che schiera i Battaglioni “Monte Baldo”, “Bassano”, “Valle Ellero”, “Monte Clapier”, “Tirano” e “Monte Spluga” ) che hanno l’ obbiettivo di conquistare il lato Nord dell’ Ortigara , quota 2101, passando per il Passo dell’ Agnella e quota 2.003. Riescono a raggiungere i loro obbiettivi, ma il calare della notte, la stanchezza e l’accanita resistenza, impediscono di sfruttare i successi e attaccare quota 2105.

E’ l’unica praticamente ha raggiungere gli obbiettivi prefissati, pagando però un pesante prezzo, che non può essere garanzia per il futuro.

L’offensiva viene sospesa alle 22,45, ma l’incertezza regna sovrana nei comandi italiani, consci di non poter ne indietreggiare, ne di poter continuare un nuovo attacco, sia per le perdite che per il maltempo, viene deciso di mantenere le posizioni, limitandosi ad azioni di minori per “migliorare la posizione”. Ulteriori tentativi vengono portati dagli Alpini in data 11 Giugno, per la conquista della vetta dell’ Ortigara, ma senza esito.

Dopo tre giorni di relativa calma è la volta degli austro-ungarici che sferrano alcuni violenti contrattacchi per riprendersi quota 2.101, senza però riuscirci grazie alla tenacia degli alpini che non mollano un metro.

Il giorno 18 riprende l’offensiva italiana con 24 ore di bombardamenti su tutto la linea. Il piano di attacco non è altro che una ripetizione del  primo e sul lato meridionale  i risultati sono i medesimi, le brigate non riescono a sfondare e lasciano un pesante tributo nella terra di nessuno.

A Nord riprende l’ attacco verso la cima dell’ Ortigara (quota 2105) da parte delle tre colonne, rafforzate dalla Brigata Piemonte e dal 9° reggimento di Bersaglieri . Questa viene finalmente conquistata in breve tempo a caro prezzo. L’offensiva perde però slancio e non riesce nell’ intento di occupare il passo della Calderia e il Monte Pigoletti, che rimane saldamente in mano nemica.

La sera del 19 lo Stato Maggiore italiano decide di fermare l’ offensiva, causa le perdite e la consapevolezza di non poter progredire. Si decide quindi per un atteggiamento difensivo, provvedendo quindi alla sostituzione di alcuni reparti in prima linea (o di quel che rimaneva) e al riposizionamento dei reparti sulle linee conquistate sull’ Ortigara.

La non attività degli italiani ma anche una certa preoccupazione per il mantenimento delle proprie linee, spinge gli austro-ungarici ad organizzare una rapida controffensiva per la riconquista delle posizioni perdute.

Alle 2,30 del 25 giugno un forte boato sconvolge la vetta dell’Ortigara e mentre le artiglierie austro-ungariche colpiscono le linee italiane, le squadre d’assalto si portano sui reticolati, facendoli saltare con tubi di gelatina esplosiva. Nel momento in cui il tiro si allunga sul vallone dell’ Agnellizza utilizzando anche i gas,  le truppe austro-ungariche con lanciafiamme e bombe a mano hanno ragione dei superstiti ancora presenti sulla sommità del monte, investendo sulla vetta il Battaglione “Bassano”, a quota 2.103 i tre battaglioni del 9º Bersaglieri, e sul costone dei Ponari i battaglioni “Arroscia” e “Bicocca”. Ai pochi soldati italiani ancora in vita, impossibilitati a ritirarsi e a comunicare con le retrovie a causa del fuoco di sbarramento e al gas sul vallone dell’Agnellizza, non rimane altro che arrendersi. Dopo appena  quaranta minuti dell’inizio dell’attacco, il monte Ortigara è di nuovo saldamente in mano austriaca.

I comandi italiani vengono  a conoscenza di quanto successo nella notte soltanto ore dopo della fine dei combattimenti. Viene subito ordinato un violento tiro d’artiglieria che causa tra le file austro-ungariche più morti di quelle subite durante l’attacchi precedenti. Tuttavia ai comandi di armata e di corpo d’armata italiani sfugge la reale situazione del fronte e invece di ordinare un ripiegamento generale decidono per un contro attacco che non avrà altro risultato di aumentare il numero dei caduti italiani. Il Battaglione “Cuneo”, nuovo sul terreno dell’ Ortigara, riesce a riprendere quota 2.003.

Il giorno successivo, i comandi italiani fermano ogni operazione. Ordinano al grosso delle truppe di tornare sulla linea iniziale ad esclusione di alcuni reparti lasciati a mantenere le posizioni occupate. Quest’ultima insensata disposizione segna la fine del “Cuneo”, che si ritrova praticamente isolato e i cui sopravvissuti saranno costretti alla resa il giorno 29  , mettendo definitivamente fine alle azioni su monte Ortigara.

Secondo i dati esposti nella relazione ufficiale italiana, in totale la battaglia costò agli italiani 169 ufficiali morti, 716 feriti e 98 dispersi; 2.696 militari morti, 16.018 feriti e 5.502 dispersi (totale perdite 25.199 uomini): anche in questo caso si conferma che il salasso più cospicuo fu sofferto dalla 52ª Divisione e soprattutto dai reparti alpini che ebbero 110 ufficiali morti, 330 feriti e 50 dispersi; 1.454 militari morti, 8.127 feriti e 2.562 dispersi; per un totale di 12.633 perdite. A questa cifra vanno poi aggiunte le perdite delle Brigate “Regina” e “Piemonte”, del 9 Reggimento Bersaglieri e dei reparti artiglieria, mitraglieri e genio raggruppati sotto la 52ª Divisione.