Dal n° 1/2019 della ” La nostra penna”, articolo di Vannetto Vannini

Nello scenario della Grande Guerra che ebbe fine esattamente cento anni fa, un posto d’onore deve essere riservato alle portatrici carniche, donne che evocano il carattere forte, la passione, la grinta, la determinazione di quella parte di popolazione femminile tipica della  Carnia e che furono le uniche donne ad essere poi insignite dell’ onorificenza di “Cavaliere di Vittorio Veneto”,quattro parole che hanno conferito nobiltà effettiva a tutta la loro vita, nobiltà  riservata solo  ai combattenti che avevano passato un certo periodo nella  prima linea del fronte bellico. Orgogliose del loro  Cavalierato conquistato nelle linee di guerra, con la medaglia appuntata nel petto  sopra al vestito buono della festa ma con in testa il fazzoletto annodato sulla nuca, tipico delle contadine della Carnia, hanno aperto per anni, all’adunata nazionale degli Alpini la sfilata della Sezione ANA Carnica, in mezzo ad un delirio di italianità e un tripudio di applausi . Una memoria che non si è mai spenta, anche ora che tutte le Portatrici, per età , hanno “posato a terra la loro gerla”raggiungendo  in cielo Maria Plozner Mentil nel “Paradiso degli Eroi”. Una memoria che nella Valle e nell’Alta Valle  del But, da Tolmezzo al Passo di Monte Croce Carnico passando da Zuglio, Paluzza, Cleulis,  Timau , ma anche Paularo, Ovaro…  è ancora viva perché le leggende non  passano, le leggende si tramandano in quanto la storia di queste contadine che avevano dimenticato la giovinezza per i loro uomini lottando al loro fianco, e con loro  avevano guardato la morte negli occhi, è la storia della Carnia, della Carnia Fidelis.

La Carnia è una terra povera, dura, scarpona per eccellenza come  “ scarpone” erano  queste donne che avevano ereditato  dal loro passato la fatica, perché abituate da secoli per l’estrema,atavica povertà di queste zone di montagna e di confine ad indossare sulle spalle  per lavoro la”gerla” , che ben potrebbe rappresentare il simbolo della loro vita  e che ora mettevano al servizio dell’Italia in guerra. Donne che durante il conflitto bellico hanno condiviso con le Penne Nere stenti, sacrifici, rischi, emozioni, paure, portando in prima linea  viveri,indumenti, bevande, medicine e munizioni ai combattenti , fra i quali si trovavano per alcune di loro i propri mariti.

Lo straordinario compito portato avanti dalle Portatrici Carniche non si pone solo come un lunga, difficile, pesante e rischiosa partecipazione di ciascuna di esse alle operazioni belliche, ma soprattutto una sofferta adesione di tutta una vallata al servizio delle linee di combattimento operante sulle montagne di casa. Vallata che si trovava praticamente  per gran parte in zona di guerra  perché situata sotto l’arco delle traiettorie dell’artiglieria pesante austriaca e sottoposta alle conseguenze di  quelli che erano i  mutevoli  riferimenti territoriali delle prime linee di  guerra  . Questa piccola unita formata da 2000  coraggiose donne combattenti, le quali  svolsero per ventisei mesi continuativi il difficile, pericoloso compito loro affidatoli è da considerare uno straordinario avvenimento collettivo che rende onore e merito alla Carnia e al Friuli intero. In quell’autentico museo all’aperto che passa da Monte Croce Carnico e tocca il Pal Piccolo, il Monte Freikofel, il Pal Grande, il Passo di Pramosio ogni angolo di trincea, ogni rifugio scavato nella roccia calcarea, ogni galleria di servizio per i combattenti, parla ancora di queste donne, alcune giovanissime quasi bambine, che diventarono per più di due anni una delle colonne portanti in quella zona dell’esercito italiano.

Nel fronte bellico dell’Alto But e della Val Chiarsò erano circa 12.000 i soldati italiani  impegnati nelle  varie linee di guerra,   questi soldati per combattere in condizioni di alta  capacità operativa  materiale e morale avevano occorrenza giornaliera di lunghe  corveè che portassero loro cibo, acqua, grappa, munizioni, medicinali, la posta arrivata da casa, indumenti, attrezzi. I magazzini erano dislocati  tutti nel fondovalle e non esistevano carrarecce, teleferiche o rotabili che permettessero il passaggio di mezzi motorizzati o di carri a traino animale. I collegamenti fra la linea di guerra e la  valle erano formati da soli sentieri   dove i rifornimenti potevano essere portati solo “a spalla” o con il mulo. Le salmerie dei vari battaglioni non erano però sufficienti per i rifornimenti e poi non potevano essere usate durante il periodo invernale, ne era pensabile  togliere combattenti  alla prima linea senza pregiudicare l’efficienza operativa dei vari reparti. In questo contesto, il Comando Logistico della Zona e quello del Genio, su consiglio di un parroco della vallata, chiesero aiuto alla popolazione, ma poiché tutti gli uomini validi erano al fronte bellico e nelle case erano rimasti solo  vecchi, bambini e donne, la situazione si presentava  estremamente grave.  Le donne della Carnia sono sempre state persone dinamiche, forti, coraggiose,  decise e  molto legate  alla famiglia e al territorio; quando i loro mariti, per emigrazione stagionale andavano all’estero a costruire strade e ferrovie (la Transiberiana è stata  costruita dai friulani), loro portavano avanti i lavori dei campi, accudivano i bambini, i vecchi e gli animali. Queste donne,avvertendo la gravità della situazione, senza alcuna remora ne alcun dubbio si misero a disposizione dei Comandi Militari per trasportare sulle immediate linee del fronte, granate, munizioni e materiale di conforto con la gerla carica di  un peso che andava dai 30 a 40 Kg. Normalmente  fra andare e tornare percorrevano in 6 ore  una media di 16 km, superando spesso dislivelli in salita che andavano dai 600 ai 1200  m, e questo tutti i giorni e anche con condizioni atmosferiche proibitive.  Il numero di queste donne, chiamate all’inizio “trasportatrici”, arrivò presto a duemila, le più anziane erano nate nel 1876, ma molte erano nate nell’arco di anni che vanno dal 1900 al 1905, per cui alcune erano veramente bambine.

Non vennero sottoposte alla disciplina militare, ma loro stesse si imposero un rigido codice di autoregolamentazione che tutte dovevano  osservare, nemmeno ebbero una divisa ma solo  un bracciale rosso con stampigliato il numero del reparto militare per il quale lavoravano. Avevano un libretto personale di lavoro dove erano registrati tutti i viaggi fatti e il materiale trasportato, per ogni viaggio venivano remunerate  con la somma di 1,5 lire ed erano  pagate alla fine del mese(da tenere presente  che nel 1915 il valore di 1,5 lire è considerato che  equivalesse al valore odierno di 3, 5 euro). Partivano la mattina presto, ma potevano essere chiamate a qualsiasi ora del giorno e della notte in gruppi di 15/20 persone, durante il viaggio spesso pregavano e cantavano le loro canzoni forse per ammortizzare la paura delle cannonate che fischiavano sopra alle teste, altre come mostrano tante fotografie d’epoca addirittura  procedevano lavorando la lana con i ferri  (facevano la calza). Arrivate nelle linee di combattimento scaricavano le gerle ed essendo allora  il reclutamento degli alpini locale, mettevano al corrente i combattenti delle cose successe al paese . Ripartivano con le gerle piene di indumenti militari da lavare, spesso  veniva chiesto loro di portare nei paesi del fondovalle  le barelle con i  feriti, non di rado  con i soldati morti che provvedevano loro stesse a sotterrare nel cimitero militare di Timaù. Poi tornavano ad occuparsi della loro famiglia, delle bestie,della stalla e  dei campi da coltivare fino alla mattina successiva.

Un certo numero di Portatrici fu  in maniera permanente alloggiata  in baracche appena dietro il fronte, queste erano a disposizione del Genio militare che usava queste donne per lavori di manutenzione dei sentieri, trasporto di materiale da costruzione per ricoveri e trincee.

In considerazione della paga giornaliera molto misera rispetto alla fatica, all’impegno e ai pericoli a cui andavano incontro, non è sbagliato pensare che le Portatrici Carniche fossero mosse più da sentimenti  patriottici che da interesse pecuniario. Di questo ne fa fede il fatto che,  quando nel marzo 1916 il Pal Piccolo venne perso e riconquistato più volte in furibondi e sanguinosi assalti e controassalti, le Portatrici soprattutto di Timau, chiesero di dare il cambio agli artiglieri   nelle batterie come “serventi ai pezzi  ( cannoni) “ e perfino  domandarono  di essere tutte armate di fucile. Richiesta che se  pur non concretizzandosi, suscitò  negli  Alpini ammirazione, riconoscenza  stimolandone il coraggio e la determinazione alla riconquista delle posizioni perse. È sicuro che se la linea bellica del confine sulla Valle dell’Alto But fu tenuta saldamente dai soldati italiani, oltre al valore stesso dei combattenti, questa tenuta si deve molto anche all’opera delle  Portatrici Carniche.

Alcune di loro furono ferite, mentre una di esse, Maria Plozner Mentil, giovane madre di 32 anni, con quattro figli e  il marito combattente al fronte, mentre si riposava a Casera Malpasso fu colpita a morte da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916. Trasportata ancora in vita nel  piccolo ospedale  militare di Paluzza poco dopo moriva,  attualmente la salma di Maria Plozner Mentil è collocata nel Tempio Ossario di Timau.

Per ventisei mesi, in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo, le Portatrici salirono   per poi scendere  tutti i giorni i sentieri montani di confine, ma poi arrivò il 27 Ottobre 1917, un’alba tragica che vide  il crollo delle linee italiane a Caporetto nel  lontano fronte dell’Isonzo. Gli alpini del Pal Piccolo e del Pal Grande dovettero ripiegare per non essere accerchiati e insieme ai soldati in ritirata lasciarono la loro  valle anche le Portatrici, che camminando e piangendo si portarono sulla nuova linea del Piave, ma molte furono accolte anche in Toscana, nella zona di Firenze dove furono trasportate le sedi di oltre 200 comuni  del Veneto e del  Friuli occupati dagli  austriaci.

La storia non ha mai  messo bene a fuoco la portata dell’esodo dei civili  veneti e friulani che lasciarono le loro case insieme ai soldati italiani in ritirata fino alla nuova linea di difesa  sul  Piave, fu un dramma improvviso che si svolse in un tempo breve e interessò circa 700.000  civili che furono accolti fino alla fine del 1918, ma anche dopo, in tutt’ Italia. Ritornate poi nelle loro valli con le  case distrutte e i campi rovinati, le donne della Carnia  si rimisero la  vecchia gerla sulle spalle aiutando la famiglia a  sistemare l’abitazione, la stalla, i  campi;  per molte famiglie, anche di Portatrici, invece la soluzione fu l’emigrazione in terre lontane  anche oltreoceano, fra questi molti  i combattenti che furono  chiamati “gli Alpini della seconda naja”, che partirono con tristezza come può partire un emigrante che ha amato e lottato per la propria terra.

Il ricordo delle Portatrici Carniche non poteva morire con la scomparsa fisiologica  dell’ultima di esse, ma doveva per forza essere tramandato alle future generazioni, allora su iniziativa della Sezione Combattenti e Reduci di Timau e di Paluzza  e   del Gruppo Alpini di Timau, ai quali aderirono poi  la parrocchia di Timau, il comune di Paluzza, il Gruppo Alpini di Paluzza e di Cleulis,  fu costituito nel Luglio 1988 il “Comitato Pro Monumento alle Portatrici Carniche “ che portò alla erezione del monumento a Timau  inaugurato il 5 luglio 1992  nella piazza laterale alla chiesa . Alla cerimonia parteciparono le Portatrici ancora in vita e i figli Dorina e Gildo  di Maria Plozner Mentil. Il 12 Gennaio 1996 nasceva l’Associazione “ Amici delle Alpi Carniche” che ritenne doveroso lavorare per  dare un segno tangibile di riconoscimento per il sacrificio di Maria Plozner Mentil.  Il 1 ottobre 1997 il  Presidente della Repubblica   Oscar Luigi Scalfaro, accompagnato dalle più alte cariche dello  Stato e della Regione, consegnò a Timau ai figli Dorina e Gildo  la Medaglia d’Oro al Valor Militare concessa  alla memoria della madre Maria Plozner Mentil.

Ma l’Associazione Amici delle Alpi  Carniche ha svolto anche ricerca storica sulle  Portatrici, esiste un libretto  del Ministero della Difesa e stampato a cura  della suddetta Associazione e aggiornato al 31-10- 2005  in cui vengono riportate  per comune di  provenienza il nome di circa 1500  Portatrici Carniche con accanto la data di nascita.

Maria Plozner Mentil non fu mai dimenticata in Carnia e nel 1955  venne   intitolata al suo nome la caserma degli Alpini di Paluzza, l’unica in Italia intitolata a una donna e ancora una delle caserme  più ricordate e amate dalle Penne Nere. Nel 1975, a Sabaudia, località in provincia di Latina dove emigrarono alla fine degli   anni ’30 numerosi friulani e carnici rimasti sempre fedeli alle tradizioni  della loro gente, fu eretto un monumento a Maria Plozner Mentil su un  sasso proveniente dal luogo dove la portatrice  fu colpita a morte.

Le ultime due Portatrici Carniche sono scomparse nel 2005  avendo superato abbondantemente cento anni di età. Personalmente  ho conosciuto un certo numero di Portatrici Carniche soprattutto alle Adunate Alpine di Udine nel 1974 e nel 1983, sono andato a cercarle e quando mi sono trovato davanti  quelle figure di donne, alcune esili altre ancora robuste, non ho potuto fare a meno di  portare la mano  destra aperta  alla falda del cappello alpino nel vecchio saluto militare. Un attimo di emozione intensa, un attimo della mia vita che non dimenticherò mai. Onore alla memoria delle Portatrici Carniche ! Onore a coloro che hanno personificato  tutte le valorose donne della Carnia e che sono e resteranno  il simbolo, il modo di vivere  di tutto il popolo carnico –  friulano, popolo scarpone, alpino, gente dura di montagna, gente che nel corso di 15 secoli di lotte contro tutti gli invasori, ha saputo difendere e mantenere intatta la propria lingua, la propria  identità culturale, religiosa e  italiana  alla quale da sempre si sente profondamente legato.

Autore: Vannetto Vannini (Gruppo Alpini Valdarno Superiore)